Recensione al libro “Fitopolis” di Stefano Mancuso (ed. Laterza) presso la libreria Straffi (Via Saffi 133 – Viterbo)
Perché è importante leggere questo libro? Perché ci costringe a ripensare in modo radicale le città, concepite come qualcosa di separato e contro la natura, e a immaginare un modello differente di spazi urbani che ristabilisca una convivenza più armoniosa e integrata con le piante e le altre specie viventi, minacciate dal nostro agire distruttivo. Siamo definitivamente perduti? Sarà il ritorno alla natura a salvare l’essere umano e il pianeta?
L’umanità, in passato, viveva immersa nella natura, mentre adesso si è ridotta ad abitare lo spazio limitato dei centri urbani. Spazio limitato in quanto occupa una frazione minuscola, pari al 2,7% delle terre emerse (escludendo dal calcolo il continente antartico).
Su questa porzione esigua del territorio del pianeta abitano 4 miliardi di esseri umani che diventeranno 7 miliardi nel 2070, una cifra equivalente al 70% della popolazione globale.
Soffermarsi a studiare le città, le sue dinamiche e il suo intrinseco funzionamento, secondo Stefano Mancuso, autore del libro Fitopolis, la città vivente, significa fare il punto sull’evoluzione di Homo Sapiens, cioè di noi esseri umani, che siamo ormai divenuti “uomini urbani”.

Specie specialista
La città è, dunque, il luogo quasi esclusivo in cui abita la specie umana che, in poco tempo, si è trasformata in “una forza tellurica” in grado di cambiare in maniera significativa la storia del pianeta.
Si tratta di un processo qualificabile come “rivoluzione”, comparabile a quella che 12mila anni fa trasformò gli esseri umani da raccoglitori-cacciatori in agricoltori.
Rifugiandosi nel ristretto circolo urbano, secondo l’autore, l’essere umano è passato da essere specie generalista a specie specialista. La differenza tra una specie generalista e una specialista è che la prima è capace di prosperare in ogni ambiente e in un’ampia varietà di condizioni, mentre la seconda ha bisogno di condizioni ambientali stabili e specifiche.
L’uomo si è sempre distinto per essere in grado di sopravvivere ovunque e adattarsi ad ambienti assai differenti, donde la sua capacità di colonizzare il pianeta.
Fino a pochi anni fa, la popolazione umana era distribuita più meno uniformemente in diverse aree geografiche. Ma adesso si sta sempre più concentrando in poche zone, le città appunto, la sua nuova nicchia ecologica, avendo imboccato una strada che è quella “tipica delle specie specialiste”.

La nuova nicchia ecologica di Homo Sapiens
Occuparsi di città vuol dire esaminare un nuovo ambiente creato dall’uomo che lo condiziona fino al punto da esercitare una pressione selettiva in grado di produrre una nuova “specie urbana”.
I cambiamenti dovuti alla rivoluzione agricola hanno comportato mutazioni anatomiche causate dal cambio di dieta, riducendo grandezza di denti e mascella, generazione dopo generazione. Ma mangiare cereali, prodotto della coltivazione, ha anche provocato mutamenti genetici per favorire l’assimilazione di alimenti ricchi di amido. Pastorizia e agricoltura hanno determinato modifiche al genoma, rendendo pienamente utilizzabili nuovi cibi creati dall’uomo.
E’ probabile che la vita circoscritta nelle nicchie ecologiche urbane porterà a nuovi adattamenti evolutivi non ancora facilmente identificabili.
E’ però chiaro, a giudizio di Stefano Mancuso, che il fatto della concentrazione nelle città di una quantità enorme di miliardi persone, in un così breve lasso di tempo, costituisce un <<laboratorio di evoluzione umana su scala globale>>, che non potrà non avere avere effetti rilevanti sugli uomini stessi. Inducendo sia nuovi vantaggi adattivi sia nuovi rischi legati alla salute, ad esempio.

Metabolismo urbano
Ma ciò che va evidenziato, e deve essere sottoposto a critica radicale, per l’autore di Fitopolis, è l’insostenibilità del funzionamento delle città e della loro crescita incontrollata. Mancuso riprende l’idea di Patrick Geddes che per primo misurò il metabolismo urbano. In base agli studi del biologo e urbanista scozzese, emerge una patente efficienza metabolica delle città il cui impatto non può essere a lungo sostenibile.
In breve, la città consuma una <<quantità di risorse illimitate e accumula intorno a sé montagne di scarti parzialmente consumati>>. Il metabolismo urbano è lineare, contrariamente ai processi biologici reali che sono ciclici, in quanto <<ogni minima frazione dell’energia e dei materiali in ingresso è utilizzata senza che vi sia alcuno scarto>>.
Si tratta di indicatori enucleati nell’ambito della ricerca sui bilanci (budget) energetici ormai estesi al flusso di energia e di materia che attraversano i sistemi artificiali di Homo Sapiens che dimostrano di essere profondamente inefficienti. In questo quadro, vengono suggerite soluzioni che imitino la natura, perseguendo strade alternative a quelle esistenti (vedi Capitalismo naturale. La prossima rivoluzione industriale di Paul Hawken, L. Hunter Lovins, Amory B. Lovins – ed. Ambiente).

Crescita urbana insostenibile
Anche l’impronta ecologica di una città ci dice che lo sviluppo urbano è insostenibile. Secondo questo criterio di valutazione – che misura quanta terra e acqua vengono utilizzati da un individuo, una città, una regione, un paese o l’umanità nel suo complesso, per produrre le risorse che consuma e per assorbire i rifiuti che genera – le città richiedono una superficie territoriale enorme per poter sopravvivere. Ciò implica una politica predatoria verso le risorse limitate del pianeta.
Roma, da sola, ha bisogno di 20 milioni di ettari (200mila km2), l’equivalente del territorio del Sud Italia, più le isole, il Centro Italia e l’Emilia-Romagna. Non è pertanto immaginabile una espansione illimitata delle città in ragione dei <<limiti fisici che ne impediscono una crescita ad libitum. Non c’è spazio sul pianeta per produrre le risorse necessarie a nutrire una maggiore superficie urbana>> – precisa Mancuso.
Affermazioni in linea con quanto denunciato dal Global Footprint Network che mostra il sovrasfruttamento della natura da parte dell’umanità, calcolando il suo consumo eccessivo di risorse, oltre le capacità di rigenerazione (e riassorbimento) del pianeta.
Negli ultimi tre secoli, abbiamo eliminato 1 miliardo e 800milioni di ettari di foresta per trasformarli in superfici agricole e di allevamento bestiame in modo da soddisfare i nostri crescenti bisogni di consumo. D’altro canto, oltre il 70% del consumo modiale di energia e il 75% del consumo di risorse naturali sono imputabili alle città.
Insomma, il nuovo uomo urbano si moltiplica, è sempre più vorace e le città rappresentano il fulcro di questa sua fagocitazione e riorganizzazione dell’ambiente e del pianeta a proprio vantaggio.

La soluzione Fitopolis
Bisogna rendersi conto, sostiene Mancuso, che siamo rifugiati in circoli ristretti urbani, le cui modalità di funzionamento rispecchiano la nostra natura animale. La progettazione urbana si è ispirata al corpo dell’uomo, misura di tutte le cose come dimostra il De Architectura di Marco Vitruvio e il Modulor proposto da Le Corbusier.
Lo schema di costruzione delle città, replicato dappertutto, è conforme al modello animale, piramidale, centralizzato e gerarchico. Che, per Mancuso, risponde alla necessità evolutiva di muoversi o spostarsi velocemente davanti alle solecitazioni dell’ambiente. E’ una capacità che Homo Sapiens ha perfezionato nel corso di milioni di anni. E la città replica questa attitudine umana, di un corpo animale mobile, al contesto dell’architettura urbana.
Malgrado si parli da tempo di concetti come diffusione e decentralizzazione <<le città continuano a essere progettate e costruite sull’idea fondante della concentrazione e della specializzazione>>.
Per cambiare paradigma, occorre rifarsi al regno vegetale. Nelle piante le funzioni fondamentali per la loro esistenza sono distribuite sull’intero corpo e non concentrate all’interno di organi specializzati. L’organizzazione vegetale – spiega Mancuso – è <<diffusa e distribuita, in grado di rispondere a catastrofiche limitazioni senza per questo perdere di funzionalità. L’esatto opposto dell’organizzazione animale, basata su una rigida gerarchia e specializzazione in cui basta che solo uno degli organi fallisca perché l’intera organizzazione collassi>>.
Quello dell’autore è dunque un punto di vista radicale, che punta a rovesciare la concezione esistente spingendosi a promuovere città verdi, trasformate in fitopolis, luoghi nei quali il rapporto tra piante e animali sia più simile a quello della natura (86,7% piante e 0,3% animali, uomo incluso).

Conclusioni
L’aggravarsi della pressione antropica sul pianeta, con la prospettiva di un inasprimento degli effetti del riscaldamento globale, spinge il pensiero ecologista ad abbracciare ipotesi di riforma radicale.
Per molti autori, che rientrano nell’ambito del radicalismo ambientalista, siamo di fronte a un bivio (“La vita in bilico” è il titolo di un libro del paleontologo Niles Eldredge) e dobbiamo imboccare una strada che riporta l’essere umano alla natura di cui è parte.
La città, un costrutto artificiale di Homo Sapiens, è, per Mancuso, l’epicentro dell’aggressione all’ambiente, di qui la proposta di “rinaturazione” dello spazio urbano.
Per l’autore di Fitopolis c’è una umanità prima della rivoluzione agricola e industriale, e una umanità successiva che ha prodotto squilibri e sconquassi ambientali.
In questa lettura, si tende a identificare una frattura evolutiva, ragione di conseguenze disastrose se non catastrofiche. In questo passaggio storico, l’uomo introduce una dissonanza che contrasta con le relazioni più armoniche stabilite nel regno naturale.
Viene da chiedersi però se questa rottura non sia l’espressione della nostra stessa natura, giacché Mancuso denuncia la <<spinta umana a predare, ben oltre ogni immaginabile possibilità di beneficio personale>> tutti gli organismi viventi, inclusi gli uomini e le piante che per Homo Sapiens <<non hanno mai avuto valore alcuno>>.




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