Noi siamo Sapiens

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Recensione libro “Noi siamo sapiens” di Silvia Condemi e François Savatier, presso la libreria San Faustino (Viterbo)

 

Perché è importante leggere questo libro? Perché è un sintetico ma denso riassunto della storia umana che tocca gli argomenti fondamentali e fa il punto delle nostre conoscenze scientifiche sulla nascita e sull’evoluzione di Homo Sapiens. Gli autori costringono il lettore a guardare oltre il presente rivolgendo lo sguardo a un passato lontano della nostra specie, mettendo in luce le ragioni per cui gli uomini sono stati in grado di raggiungere il primato sul pianeta Terra. Ma i motivi del successo potrebbero anche essere le cause di futuri fallimenti disastrosi, anche se la fiamma della speranza resta ancora viva. 

 

“Talvolta è utile per meglio comprendere i problemi del momento, distaccarsi da essi mentalmente e quindi riavvicinarsi ad essi lentamente e da una certa distanza. Così si può meglio comprenderli. Infatti, chi è sprofondato soltanto nei problemi quotidiani non sarà mai in grado di volgere lo sguardo al di là di essi. Si può dire che sia praticamente cieco”.

Norbert Elias – Humana conditio

“Siamo solo una varietà evoluta di scimmie, su un pianeta minore di una stella media, ma possiamo capire l’universo”.

Stephen W. Hawkings

 

Chi siamo e da dove veniamo? Come l’uomo è diventato uomo? Che creatura siamo? Abbiamo le risorse per affrontare grandi sfide che ci attendono? Sfide che hanno a che vedere con la sopravvivenza del pianeta o, almeno, con il mantenimento di certe caratteristiche della Terra che ne rendano possibile l’abitabilità, e la stessa esistenza degli esseri umani?

Il libro “Noi siamo Sapiens”, sottotitolo “Alla ricerca delle nostre origini”, scritto da Silvia Condemi, paleoantropologa, e François Savatier, fisico e giornalista scientifico, cerca di rispondere a questi semplici ma non facili interrogativi.

Nell’affrontare tematiche così determinanti si fa il punto sugli studi e le ricerche sul campo che hanno permesso di ricostruire la storia del successo e del primato dell’umanità sulla Terra. Anche mettendo in evidenza con onestà scientifica i buchi della nostra conoscenza ancora non colmati e forse incolmabili. Gli autori cercano di rintracciare gli aspetti fondamentali e le caratteristiche più proprie della specie Sapiens, portando a conoscenza del lettore i rapporti, gli intrecci e i momenti di separazione coi suoi antenati, una vera e propria galleria di forme e figure variegate che anticipano e accompagnano la comparsa degli esseri umani.

Uomini e scimmie

Per le religioni abramitiche (ebraismo, cristianesimo, islam) gli esseri umani sono stati creati da un dio. Ma la scienza sostiene, documenta e argomenta che siamo una varietà di scimmie, ne siamo un’evoluzione. Al mondo, ci sono circa 400 specie di scimmie e noi siamo una di queste.

E’ stato il botanico Carlo Linneo nel Systema naturae (1748) a collocare gli umani in un genere animale, Homo, di cui siamo la specie Sapiens. Homo Sapiens è oggi la sola forma umana sulla Terra. Ma il Sapiens fa parte anche dell’ordine dei primati, scimmie con cinque dita, con occhi in posizione frontale e “il cui busto, quando sono sedute, resta verticale”.

Eppure, ignoriamo l’origine dei primati e la loro comparsa più o meno collocabile nel periodo dell’Eocene, secondo dell’era cenozoica, compreso tra 56 e 33,9 milioni di anni fa, tra il Paleocene e l’Oligocene.

Homo

La nostra storia non è una sequenza di forme che si succedono una dietro l’altra ma un groviglio, un cespuglio di antenati. La famiglia degli ominidi è quella in cui è ricompreso l’essere umano così come i bonobo, gli scimpanzé, i gorilla e gli oranghi (grandi scimmie indonesiane). La nostra, però, è una sottofamiglia zoologica : gli ominini.

Cosa si è scoperto dagli ominini fossili? Che la loro evoluzione è stata a “cespuglio”, con specie vicine tra loro che hanno coesistito negli ultimi sette milioni di anni. Inoltre, gli ominini hanno “attraversato una serie di stadi evolutivi” quali l’adozione di un bipedismo (o bipedalismo) non permanente fino a che si è assunto un bipedismo stabile e permanente che definisce e distingue il genere Homo.
Secondo Silvia Condemi e François Savatier è stata un linea di australopitechi (come la famosa Lucy, ominide il cui scheletro fu scoperto nel 1974 in Etiopia) ad accelerare la sua evoluzione verso il bipedismo <<portando di conseguenza i suoi membri ad essere al suolo dei raccoglitori-predatori di maggior successo>>.

Il genere Homo sarebbe pertanto originato da un effetto combinato dell’evoluzione di australopitechi, in grado di costruire strumenti, e il concomitante emergere di bipedismo e cultura.

Il bipedismo, quindi l’andatura eretta che ha liberato le mani dalla funzione di sostegno e locomozione, avrebbe consentito di sfruttare un ambiente più vasto, a sua volta, portando a sviluppare la cognizione (capacità di imitare), e stimolando la crescita di cranio e cervello. L’aumento della capacità cognitiva è anche correlato a tecniche di organizzazione e coordinamento per sfruttare meglio le risorse di un più ampio territorio e all’adattamento sociale dell’individuo.

In questo senso, il social grooming degli scimpanzé, cioè la pratica di spulciarsi a vicenda, di prendersi cura gli uni degli altri, si sarebbe sviluppata nel linguaggio. Perché il linguaggio è una sorta di social grooming simbolico, un interessarsi alle cose degli altri e un condividere esperienze e relazioni.

La comparsa del genere Homo è un fatto cruciale, è la “nostra seconda origine” sostiene Giorgio Manzi, docente di Paleoantropologia, Ecologia umana e Storia naturale dei primati alla Sapienza – Università di Roma, la prima essendo la separazione dagli scimpanzé. Fino alla comparsa della specie Sapiens.

Cultura

Che cosa ha accelerato l’evoluzione degli ominidi in Homo? La cultura, risponde in modo netto il libro “Noi siamo Sapiens”. Cultura, intesa come il complesso di aspetti comportamentali, simboli e idee condivisi da un gruppo animale (sì anche gli animali possiedono una cultura, in questo senso).

Creare strumenti intenzionalmente rappresenta un fenomeno culturale che precede il genere Homo. Gli scimpanzé fanno uso di strumenti come bastoni o pietre. Ma sono utensili di circostanza. Gli austrolopitechi, invece, fabbricavano strumenti di pietra intenzionalmente con tecniche di scheggiatura per ottenere spigoli taglienti (vedi sito archeologico di Lomekwi 3 in Kenya, ad esempio), usati, se non per cacciare quantomeno per tagliare o estrarre radici, più in generale per motivi alimentari. Questo modo di fare implica il padroneggiamento di tecniche e la loro trasmissione all’interno del gruppo.

Cervello

La cultura ha influenzato in modo profondo la nostra biologia. L’evoluzione “ha spinto lo sviluppo della nostra scatola cranica al suo limite biologico”. I nostri neonati nascono con un cervello e un cranio ancora incompiuti. Ma il cervello del Sapiens – diversamente da quello dello scimpanzé, che diventa adulto nel giro di 3,5 anni – cresce molto durante il primo anno e diviene adulto in 6-7 anni e il suo sviluppo resta incompleto anche a 18 anni. Per l’intera esistenza, il cervello umano, piuttosto grande in confronto alla dimensione del corpo (quoziente di encefalizzazione), conserva la capacità di cambiare e rimodellarsi in funzione degli stimoli e delle esperienze vissute.

Lo sviluppo del cervello dei Sapiens, che ha 86 miliardi di neuroni contro gli appena 6 miliardi degli scimpanzé (l’essere umano detiene il record del numero di neuroni rispetto a tutti i primati e ai mammiferi, è condizionato dall’ambiente esterno, dal rapporto con gli altri, e induce a un consumo di energia molto maggiore rispetto agli altri primati.

Sotto questo aspetto, aver cominciato a nutrirsi con carne animale ha avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione dell’enorme macchina che è il nostro cervello. In base alla teoria nota come “the expensive tissue hypothesis”, il consumo energetico di un cervello voluminoso ha dovuto peraltro essere bilanciato da una riduzione dell’apparato digerente.

In questo processo evolutivo di peculiare crescita del cervello, a danno del sistema di digestione, ha avuto un ruolo cruciale la cultura, segnatamente la capacità di dominare il fuoco (domesticazione) per cuocere la carne animale. La cottura ha permesso di aumentare la quantità di calorie, riducendo il tempo di masticazione e ingestione, rendendo il cibo meno tossico e più digeribile.

La domesticazione del fuoco, che favorisce anche la vita sociale con gruppi riuniti per condividere quanto cacciato, si fa risalire a Homo erectus che compare intorno a 1,8 milioni di anni fa.

Bipedalismo, mani e linguaggio

Il bipedalismo ha lasciato libere le mani, svincolandole dalla locomozione. Mani che poi si sono emancipate e sotto l’impulso della cultura. Creazione e impiego di strumenti hanno inciso sulla nostra biologia, in particolare sulla mano e sulle nostre capacità cognitive, ossia sulla parte del cervello che dirige la mano.

Le mani sono uno strumento polivalente, una sorta di “macchina utensile intelligente che si programma quasi istantaneamente in funzione delle informazioni raccolte dai tanti sensori di cui è dotata”. Le sue capacità motrici e sensitive hanno senza dubbio contribuito all’aumento della nostra cognizione e delle dimensioni del nostro cervello.

Il bipedalismo ha però influito su tutto il corpo umano rimodellando la struttura degli ominidi, rendendolo idoneo alla corsa che portato alla perdita del pelo. Siamo diventati uno scimmione nudo, secondo la definizione icastica dello zoologo Desmond Morris.

Questa modifica, che ha abilitato la posizione eretta, strutturandola, ha reso possibile la caccia. Che è praticata in gruppo, giacché i primati sono animali sociali che tendono a muoversi in gruppo (Giorgio Manzi). La caccia che coinvolge più individui richiede coordinazione e cooperazione, perfezionate grazie alla mano e al linguaggio che diventa sempre più articolato.

Secondo Silvia Condemi e François Savatier, la comunicazione manuale ha <<portato al linguaggio orale e, a quel punto, le mani, il corpo e il linguaggio hanno cominciato a coevolvere>>.

Due milioni di anni fa circa, la biologia di Homo ha fornito tutti i mezzi, bipedalismo integrale, strumenti litici, linguaggio articolato, per consentire lo sfruttamento collettivo del territorio. E’ da questo momento che inizia la conquista del Pianeta da parte dell’uomo.

Conquista

Una delle caratteristiche peculiari del genere Homo è la migrazione e lo spostamento continuo sul territorio. Gli studiosi di preistoria hanno individuato quattro principali flussi migratori a partire dall’Africa. Il primo è datato 2 milioni di anni fa, il secondo più o meno 1,4 milioni di anni fa, il terzo circa 800mila anni fa e il quarto 200mila ani fa. Si ascrive all’Homo erectus la spinta in uscita dal continente africano che ha avuto come destinazione Asia ed Europa.

E’ grazie al genoma che sappiamo che i nostri antenati sono il prodotto di migrazioni di popolazioni originarie dell’Africa. Questo processo migratorio ha anche comportato l’adattamento a diversi climi e ambienti.

Homo Sapiens, l’africano

Parliamo di noi, adesso, cioè di Homo sapiens, come Carlo Linneo ci ha qualificati.

L’ipotesi più verosimile è che discendiamo da Homo Heidelbergensis, una forma collocata nell’epoca del Pleistocene medio. Tuttavia, sostengono Silvia Condemi e François Savatier, non possiamo dirlo con certezza, data la lacuna nei resti fossili.

Ad ogni modo, secondo il paleantropologo Fabio Di Vincenzo, il quale insieme a Giorgio Manzi ha collaborato a uno studio internazionale, pubblicato sulla rivista Science, possiamo considerare Homo Heidelbergensis <<un vero e proprio ultimo antenato comune, ossia la forma umana che si diffuse dall’Africa in Eurasia, dando origine all’evoluzione di tre diverse specie : Homo sapiens in Africa, i Neanderthal in Europa e i Denisova in Asia>>.

D’altra parte, si può dire che la culla di Homo sapiens sia l’Africa. Ma, mentre fino a poco tempo fa, gli studi indirizzavano verso un’origine collocata nell’Africa orientale, più di recente è invalsa la tesi di una “presenza panafricana”, o di una “evoluzione umana in Africa multiregionale”. Insomma, Homo Sapiens, in base a questa teoria, farebbe la sua comparsa in Africa, in diverse parti del continente.

Pianeta

Dall’Africa, più di 200mila anni fa (e non 60mila anni fa come prima si pensava), Homo Sapiens sarebbe emigrato in altre zone alla conquista del pianeta.

Anche altre specie umane, Homo ergaster e heidelbergensis, si sono spostate sul territorio. Ma Homo Sapiens ha <<invaso tutto il pianeta e trasformato radicalmente la maggior parte dei suoi ecosistemi, tanto da influenzare il clima mondiale>>.

A che si deve questo comportamento? Allo specifica attitudine che Homo Sapiens ha verso la natura, per Silvia Condemi e François Savatier, che contestano l’idea di Yuval Nohal Harari, riportata nel suo libro “Sapiens” secondo cui, a un certo punto, sarebbe avvenuto una “rivoluzione cognitiva” che avrebbe differenziato il Sapiens dagli altri umani. Invece, non ci sarebbe una superiorità biologica di Homo sapiens, ad esempio, nei confronti di Neandertal.

La differenza sta principlamente nel fatto che la nostra specie tende a modificare la natura e a sviluppare un processo di crescita demografica ed economica. Mentre i Neandertal sono più in equilibrio con la natura e si attengono a una certa stabilità. Homo sapiens, invece, occupa lo spazio, adattandosi a tutti i climi e tutti i biotopi, e cresce a dismisura, si moltiplica, e, così facendo, ha provocato e provoca l’eliminazione e l’estinzione di altre specie (i grandi mammiferi, ad esempio, e altri predatori animali) e di altri esseri umani (Neandertal, Denisoviani e uomo di Flores, detto hobbit). La capacità di crescita di Sapiens, sostengono gli autori, ha un’origine sociale, perché, più di tutte le altre specie, <<investe sulla sua discendenza>>.

Di più, la singolare storia evolutiva dei Sapiens non avrebbe una radice biologica ma, al contrario, la sua complessità sociale culturale avrebbe determinato i cambiamenti biologici della nostra specie. Le neuroscienze confermano questa tesi, dal momento che nello sviluppo del piccolo di Sapiens conta l’epigenetica, ossia la risposta agli stimoli dell’ambiente esterno o il cambiamento adattivo.

Orde, tribù e Stati

La prima forma di associazione del Sapiens è l’orda. Parliamo delle bande che vagano, isolate, nella natura i cui componenti si coordinano tra loro per raggiungere obiettivi di caccia e raccolta di cibo. I tratti culturali che emergono dalla costituzione dell’orda sono ancora parte di noi. Il sentimento di appartenenza è uno di questi tratti essenziali. Far parte di un gruppo rimane un bisogno umano fondamentale che radica in una dimensione sociale ancestrale. Appartenere a un’orda ha significato garantirsi la sopravvivenza, mentre un individuo, solo nella natura, andrebbe incontro a morte certa. In gruppo, si sopravvive, da soli si rischia di morire quasi sicuramente.
Ecco spiegato il motivo – sottolineano Silvia Condemi e François Savatier – per cui <<nel corso di milioni di anni, gli esseri umani sono stati selezionati, dai geni e dalla cultura, non solo per sopravvivere, ma anche per identificarsi profondamente con il proprio gruppo, rendendo possibile tale sopravvivenza>>.

Ma alla base di questa attitudine, che si esplica nell’appartenenza, c’è indirettamente l’empatia, la capacità di rappresentarsi mentalmente le va in parte ricondotta la tendenza a proteggere i deboli e, dunque, il gruppo.

Il segreto del successo evolutivo di Sapiens si deve alla cultura e alla struttura sociale, insistono Silvia Condemi e François Savatier. La conquista di tutto il pianeta, che si completa circa 20mila anni fa con il raggiungimento delle Americhe, è accompagnata dalla creazione di un’organizzazione sociale più complessa ed estesa passando dalle orde alle tribù fino alla realizzazione di società molto articolate e alla nascita degli Stati (“società su grande scala”).

L’evoluzione umana, seguendo questa traccia, diviene essenzialmente determinata dall’evoluzione sociale che si realizza sul piano globale (globalizzazione).

In questo processo di trasformazione, Sapiens tende a ridurre nel tempo l’aggressività e ad aumentare la sua socialità. E’ il fenomeno dell’automesticazione che si riflette anche sul piano fisico a livello di diminuzione del cranio, gracilità, e dimorfismo sessuale limitato, tra l’altro. Senonché, la violenza resta parte integrante del comportamento umano.

La guerra, segnatamente, è elemento endemico, in certe regioni, a partire da 15mila anni fa, in modo da rivoluzionare l’economia, introducendo gli <<effetti della predazione interumana>>.

E’ l’espressione di una violenza di Sapiens che raggiunge, nel passato lontano, vette di atrocità terrificanti, causando anche la nascita della schiavitù (sui prigionieri di guerra) e l’ascesa della figura del guerriero. In confronto ai conflitti tra Stati del XX secolo, le guerre di millenni di anni fa sono meno feroci. Le società di oggi – sostengono gli autori di “Noi siamo Sapiens” – <<per quanto atrocemente violente possano apparirci, sono meno pericolose di quelle del passato>>.

Prospettive antropologiche

Sapiens ha creato una società “artificiale”, non essendo più <<la natura selvaggia l’ambiente di vita>>. L’uomo è, tanto per dirla con le parole di Arnold Gehlen, nature artificielle.

Ma la comparsa di Homo Sapiens ha trasformato il carattere dell’evoluzione da biologica in culturale. Quarantamila anni fa, dicono Silvia Condemi e François Savatier, <<la cultura ha spiccato il volo e ha preso il sopravvento sulla biologia>>.

Gli esseri umani si sono moltiplicati : da 1 milione di Sapiens nel Paleolitico superiore, si è passati a 8 miliardi dei giorni nostri. La pressione sulle risorse del pianeta è cresciuta in maniera sostanziale, le varie società si sono fatte più complesse e interconnesse e si vive in una dimensione più globale anche grazie alla rivoluzione digitale e Internet. Siamo davanti, secondo Silvia Condemi e François Savatier, a una “nuova transizione atropologica” che sta accelerando. Rischi e minacce sono presenti, e tuttavia, “Sapiens resta sapiens, cioè sapiente”. Lo diventerà sempre di più per gli autori. Non c’è posto per trenodie anti-Sapiens.

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