Perché usare ChatGpt per scrivere fa male al cervello

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8 min di lettura

Che impatto ha sul cervello delle persone l’uso di ChatGPT per scrivere temi e articoli?

E’ la domanda che ha spinto gli scienziati del MIT (Massachusetts Institute of Technology), una delle maggiori università del mondo, a condurre una ricerca per fare chiarezza su questo tema.

Cos’è ChatGPT

ChatGPT è un chatbot conversazionale, vale a dire un software basato sull’intelligenza artificiale (IA), in grado di intrattenere una conversazione con un utente come se fosse un umano, rispondere a domande, organizzare informazioni, analizzare e produrre immagini, elaborare o tradurre testi in tempi velocissimi.

Alla base di questo progresso dei sistemi IA, ci sono i Large Language Models (LLM – Modelli Linguistici di Grandi Dimensioni) che, addestrati su una enorme mole di dati, perfezionano la loro capacità di svolgere compiti come quello di comprendere il linguaggio e di generare, ad esempio, risposte scritte in linea con le richieste effettuate dalle persone. Siamo qui nell’ambito della cosiddetta IA generativa, applicazione dell’intelligenza artificiale finalizzata a creare contenuti nuovi, non soltanto testo ma anche video, immagini o codice software.

Dietro ChatGPT, ci sono i potenti modelli linguistici sviluppati da OpenAI che consentono di implementare e rendere assai efficace e popolare (400 milioni di utenti attivi ogni settimana) questo chatbot accessibile via Internet.

Come si è sviluppata la ricerca

Essendo l’impiego di questi sistemi IA diventato sempre più comune, specialmente tra i giovani, sia per divertimento che per attività scolastica, un team interdisciplinare di neurologi e informatici esperti in IA ha pensato bene di valutarne gli effetti sull’attività cerebrale.

Per poterlo scoprire, i ricercatori del MIT hanno reclutato 54 persone, di età compresa tra 18 e 39 anni, a cui è stato chiesto di scrivere temi su vari argomenti in diverse sessioni lungo un arco temporale di quattro mesi. Il gruppo iniziale è stato suddiviso in 3 sottogruppi : nel primo, i partecipanti potevano utilizzare un LLM come ChatGPT, nel secondo, avevano a disposizione il motore di ricerca Google, mentre nel terzo si restava privati di ogni mezzo tecnologico di assistenza alla scrittura. Nella sessione conclusiva si è, infine, chiesto al primo sottogruppo di scrivere senza l’uso di assistenti IA, e, viceversa, al terzo sottogruppo si è richiesto l’impiego di ChatGPT.

A ogni persona, inoltre, è stato applicato un dispositivo per EEG (Elettroencefalografia) per poter monitorare l’attività cerebrale e verificare da un lato lo sforzo cognitivo, dall’altro il carico di lavoro mentale del singolo soggetto mentre impegnato a scrivere.

In seguito, i ricercatori hanno eseguito un’analisi dell’elaborazione del linguaggio e intervistato i partecipanti dopo ogni sessione. Gli scritti finali sono stati valutati da insegnanti umani e da un sistema di intelligenza artificiale (agente IA) appositamente creato.

I risultati

Complessivamente, sono emerse importanti differenze nell’attività cerebrale tra i partecipanti che hanno fatto uso dell’intelligenza artificiale e quelli che invece hanno svolto i temi senza ausilio tecnologico, a vantaggio di questi ultimi, per i quali è stato riscontrato il maggior impegno cognitivo.

Il sottogruppo che aveva la possibilità di usufruire del motore di ricerca ha mostrato un livello intermedio di attività cerebrale. Mentre il risultato più basso è stato ottenuto dal sottogruppo che si è affidato a un sistema IA.

Lo studio ha anche rivelato che i volontari che hanno avuto a disposizione uno strumento di intelligenza artificiale si sentivano meno autori degli elaborati rispetto agli altri. E del resto erano quelli che facevano più fatica a ricordare il contenuto dei temi scritti anche poco tempo dopo averli consegnati. Non era farina del loro sacco e, pertanto, è rimasto poco impresso nella loro memoria. I temi di questo sottogruppo sono stati peraltro giudicati come privi di originalità e abbastanza simili tra loro, al contrario di quelli del sottogruppo senza alcun aiuto tecnico.

Per di più, i partecipanti al sottogruppo dotato di mezzi IA sono diventati sempre più pigri tendendo, alla fine, a copiare e incollare il testo scritto dell’intelligenza artificiale senza rielaborare quanto generato dalla macchina.

Da ultimo, in tutti i parametri di valutazione – attività cerebrale, analisi linguistica e punteggio dell’elaborato – sono peraltro coloro che hanno ottenuto i risultati peggiori.

 

Conclusioni e motivazioni

Quali conclusioni possono essere ricavate da questo studio? Che affidarsi all’intelligenza artificiale per produrre contenuti, in questo caso si tratta di testo scritto, potrebbe avere un impatto negativo soprattutto sui giovani compromettendone memoria, apprendimento e pensiero critico.

Secondo i ricercatori, in un periodo storico di accelerazione dell’innovazione tecnologica, è determinante comprenderne le conseguenze sulla sfera cognitiva, date dall’adozione di sistemi come ChatGPT. I giovani sono i più esposti all’intelligenza artificiale che richiede un attento monitoraggio e una ricerca continua sugli effetti della sua integrazione a livello educativo e informativo. L’introduzione di LLM, il loro sempre più corrente uso, potrebbe migliorare apprendimento e accesso alle informazioni anche rispetto ai motori di ricerca.

Ma questo aspetto di convenienza e di maggiore praticità ha un “costo cognitivo”, sottolineano i ricercatori del MIT. Perché porta a ridurre la propensione delle persone che utilizzano chatbot come ChatGPT a valutare criticamente quanto prodotto dall’intelligenza artificiale (output) e le “opinioni” delle macchine, dato che si tratta di risposte dovute a una logica probabilistica sulla base dei dati su cui si sono addestrati.

Per l’importanza del problema e dei risultati emersi, la ricerca del MIT è stata pubblicata prima della fine dell’iter di revisione paritaria mediante il quale si ottiene la sua validazione scientifica.

Ciò che ha spinto a far conoscere lo studio in anticipo è la rapida diffusione dell’intelligenza artificiale generativa tra i giovani studenti e la possibilità che possa essere introdotta nelle scuole primarie, spiega uno degli autori, Nataliya Kosmyna.

Negli Stati Uniti, Donald Trump ha firmato nel mese di aprile 2025 un ordine esecutivo per inserire l’intelligenza artificiale come materia di istruzione a partire dalle scuole elementari. Nataliya Kosmyna teme che la politica possa decidere addirittura di far insegnare l’IA nella scuola materna provocando danni allo sviluppo cerebrale dei bambini. Gli strumenti come ChatGPT vanno testati prima di diffonderli nell’ambiente scolastico, sostiene la scienziata del MIT.

“Educare sul modo in cui si usa l’intelligenza artificiale e far capire che il cervello ha bisogno di svilupparsi in modo più analogico è assolutamente fondamentale”, evidenzia Nataliya Kosmyna che sta lavorando insieme ai suoi colleghi a una ricerca con al centro il problema di come i sistemi IA impattino sull’attività cerebrale dei programmatori.

“I risultati – in base ai primi esperimenti – sono ancora peggiori” in confronto a quelli riscontrati nella precedente indagine scientifica. Tant’è vero che lo studio in corso potrebbe avere implicazioni sulla scelta delle aziende che intendono sostituire sviluppatori principianti con macchine in grado di generare codice informatico. Il problema è che, anche migliorando la produttività grazie all’impiego dell’intelligenza artificiale, la dipendenza da questa tecnologia avrebbe ripercussioni su creatività, pensiero critico e capacità di problem solving della restante forza lavoro umana, secondo Kosmyna.

 

Tanti studi sull’intelligenza artificiale che fa male 

Lo studio “Your Brain on ChatGPT: Accumulation of Cognitive Debt when Using an AI Assistant for Essay Writing Task” che abbiamo esaminato rientra in un più vasto e crescente repertorio di letteratura scientifica sugli effetti dell’intelligenza artificiale.

Alla tendenza a ingigantire i benefici e i vantaggi dell’IA in vari ambiti, fa da contraltare una serie di ricerche che ne mettono in luce danni e svantaggi. In una ricerca pubblicata sulla rivista Nature che risale al giugno 2023 si fa notare l’impatto negativo dell’intelligenza artificiale su studenti pakistani e cinesi dal momento che li rende più pigri e impazienti e ne limita la decisionalità, minandone allo stesso tempo pensiero critico e creatività.

Docenti e ricercatori di differenti università tedesche hanno invece dimostrato che l’uso di LLM da parte degli studenti, benché riduca lo sforzo mentale associato a ricerca e collezione di informazioni, intacca la loro capacità di approfondire i contenuti.

Sulla stessa falsariga, il professor Long Bai della Shangai University, insieme ad altri colleghi, mette in guardia dai rischi di una dipendenza da ChatGPT che potrebbe comportare una diminutio del pensiero critico e della memoria.

Come non condividere, perciò, il loro appello a proseguire la ricerca scientifica sugli effetti cognitivi a lungo termine dovuti all’interazione con modelli avanzati di intelligenza artificiale, e come non essere d’accordo con la loro sollecitazione a usare in maniera oculata le chatbot che talvolta con faciloneria vengono consegnate nelle mani degli studenti.

La tecnologia in passato ha sollevato l’uomo dalla fatica del lavoro fisico, così oggi la macchina “intelligente” promette di eliminare le pene dello sforzo dovuto all’attività intellettuale.

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