Consumo di suolo, ISPRA boccia la provincia di Viterbo ma i dati sono contestati da ambientalisti e aziende delle rinnovabili

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Il consumo di suolo è in continua crescita in Italia e la provincia di Viterbo ha raggiunto un record negativo nel 2024. La bocciatura arriva dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), contenuta nel Rapporto  “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici – Edizione 2025”.

La provincia di Viterbo è quella con il maggiore consumo di suolo annuale, con una cifra pari a 424 ettari, seguita da Sassari (245 ettari) e Lecce (239 ettari), si legge nel documento, presentato a Roma nella Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri il 24 ottobre 2025.

A livello comunale, due cittadine del viterbese, Tarquinia e Montalto di Castro, insieme a Uta, in Sardegna, fanno registrare i livelli più elevati di consumo di suolo annuale. Nei due comuni laziali si riscontra un balzo in avanti di consumo di suolo rispetto al periodo 2022-2023. In specie, Tarquinia risulta il comune con il maggiore aumento, con un consumo di suolo di 150 ettari in un anno. La crescita è in gran parte dovuta all’installazione di impianti fotovoltaici a terra nelle aree agricole. Stesso discorso vale per il comune di Montalto di Castro.

Anche sul piano della densità di consumo di suolo le cose non vanno meglio, stando ai ricercatori ISPRA. Oltre alla provincia di Cagliari, che registra la densità di consumo di suolo più alta, con 17,81 m² di suolo consumato per ogni ettaro di territorio provinciale, solo quelle di Viterbo, Monza, e Milano superano la soglia dei 10 m²/ha consumati durante l’ultimo anno.

Più in generale, <<in termini assoluti, la città metropolitana di Roma continua a essere quella con la maggiore superficie consumata con circa 70.528 ettari, inclusi i 140 ettari aggiuntivi dell’ultimo anno (137 al netto dei ripristini)>>. Dopo Roma c’è Torino che ha raggiunto circa 58.731 ettari con un incremento di 134 ettari.

Tornando a Viterbo e provincia, va detto, che l’incremento di consumo di suolo, come accennato, è ascrivibile in molta parte alle tecnologie di energia rinnovabile (fotovoltaico) collocati su territorio agricolo. Si tratta, in questo caso, di consumo di suolo reversibile molto differente dal consumo di suolo permanente. Per non parlare degli impianti a bassa densità che per l’ISPRA non rappresentano suolo consumato, ancorché se ne tenga traccia.

Questa distinzione tra fotovoltaico a terra e fotovoltaico a terra a bassa densità, introdotta nel 2022, è aspetto cruciale oggetto di contestazione da parte delle associazioni ambientaliste e delle rinnovabili.

In un appello pubblico, organizzazioni come WWF, Kyoto Club, Greenpeace, Italia Solare e Legambiente, hanno messo in discussione la classificazione adottata dall’ISPRA, perché il fotovoltaico a terra, indistintamente, <<non produce alcuna impermeabilizzazione del suolo, né alcun impoverimento di nutrienti, humus, biodiversità. Non prevede l’impiego di cemento, non ha alcun impatto chimico né pregiudica – anche alla luce delle nuove opportunità garantite dall’agrivoltaico avanzato – l’utilizzo agricolo, anzi, è acclarato che consente il risparmio idrico e protegge gli insetti impollinatori dall’eccessiva insolazione. Occupa senz’altro territorio, ma non lo consuma, al contrario lo preserva, in diversi casi, da usi ben peggiori>>.

 

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