L’Italia, il paese dove si lavora meno degli altri

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L’Italia è tra i paesi in Europa dove si lavora per meno anni. Peggio di noi c’è soltanto la Romania. A sostenerlo è una indagine di CNA Area studi e ricerche dedicata a “Demografia, occupazione e previdenza – L’Italia nel contesto europeo”.

Venendo ai dati concreti, la durata media lavorativa italiana è pari a 32,8 anni. Contro una media dei paesi dell’Unione europea di 37,2 anni. Un divario importante che relega l’Italia nei posti bassi di una classifica che vede, al contrario, i paesi del Nord Europa avere performance nettamente superiori.

L’Olanda, che fa meglio di tutti, arriva a una durata di vita lavorativa in media di 43,8 anni, seguita da Svezia (43 anni) e Danimarca (42,5 anni). Più in basso ci sono la Germania con 40 anni, la Francia che raggiunge la cifra di 37,2 anni e la Spagna con 36,5 anni.

Poco lavoro tra i giovani

Il problema dell’Italia è la ridotta partecipazione al lavore delle fasce dei più giovani. Il tasso di occupazione giovanile (15-34 anni) è molto più basso rispetto agli altri paesi europei e il nostro paese ha un numero di Neet (giovani che non lavorano, non studiano e non si formano) altissimo (15,2% nella fascia di età tra i 15 e i 29 anni), nettamente al di sopra della media Ue (4,2 punti percentuali in più), seconda solo alla Romania. Inoltre, i giovani italiani entrano nel mondo del lavoro più tardi rispetto ai loro coetanei europei.

Nel 2024, secondo i ricercatori della CNA, la quota di posti di lavoro occupati dai giovani tra 15 e 24 anni in Italia ha raggiunto solamente il 4,7% del totale dei posti occupati, mentre in Germania la percentuale sale al 10,1% , in Francia al 9,1%,  e in Spagna al 6%.

Pensioni a rischio nella trasizione demografica italiana

E’ chiaro che in questo contesto si rischia, a lungo andare se non si è in grado di nvertire la tendenza, di mettere in forte difficoltà il sistema pensionistico che non si potrà avvalere dell’adeguata contribuzione dei giovani lavoratori. C’è un aspetto preccupante che è quello dell’indice di dipendenza :  nel 2024, per ogni 100 persone in età lavorativa (15-64 anni) ci sono 38,4 con più di 64 anni. Si tratta del il rapporto più alto dell’Unione europea e costitusce il segno di un invecchiamento accelerato della popolazione lavorativa.

L’indice di dipendenza misura il rapporto tra popolazione residente in età non attiva (da 0 a 14 anni e da 65 anni in poi) e la popolazione in età lavorativa (da 15 a 64 anni). Quando è troppo alto indica una situazione di squilibrio generazionale. Dal 2004 al 2024, in Italia è aumentato di 7 punti percentuali, a testimonianza di un fardello più pesante a carico della popolazione attiva, della gente che lavora in altri termini.

Così si mette alla frusta il sistema previdenziale che alla lunga rischia di cedere sotto la pressione del cambiamento della struttura demografica.

Attualmente, la spesa pensionistica ammonta a 289,35 miliardi rapresentando il 15,3% del Prodotto Interno Lordo. Una percentuale destinata però a salire al 17,1% nel 2040, come hanno spiegato i dirigenti dell’INPS, il 10 aprile 2025, durante l’audizione presso la Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti economici e sociali derivanti dalla transizione demografica in atto. Anche la Ragioneria Generale dello Stato nei suoi studi conferma la tendenza.

Per mantenere il sistema previdenziale in equilibrio bisogna da una parte, contenere la spesa pensionistica, dall’altra,  allargare la base contributiva, incrementando il lavoro con redditi adeguati.

Cambiare rotta

Per raggiungere questo obiettivo, secondo i ricercatori della CNA, non è sufficiente allungare l’età pensionabile. Bisogna estendere la durata della vita lavorativa, consentire l’ingresso anticipato dei giovani nel mercato del lavoro e assicurare più occupazione per fascia di età giovanile. Per arrivare a questo traguardo, è necessario guardare alle piccole e medie imprese che rappresentano il fulcro di una nuova strategia che possa garantire una inversione di tendenza.

Le pmi sono, infatti, il settore produttivo italiano maggiormente orientato all’inserimento e alla crescita professionale dei più giovani. Soprattutto nelle microimprese, aziende con meno di 10 addetti, la percentuale di giovani è considerevole. In questo segmento, il 22,4% della forza lavoro è costituito da lavoratori con meno di 30 anni mentre nelle grandi aziende con più di 250 adeeti questa percentuale scende al 12%.

 

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